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Qualità del giornalismo e mercato editoriale italiano | Il blog di wow

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Qualità del giornalismo e mercato editoriale italiano

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Spesso molte persone che conoscono la mia passione per i giornali e il giornalismo mi chiedono: ma quali giornali (sia quotidiani che riviste) consideri davvero ben fatti? E cosa manca ai giornali italiani per arrivare alla stessa qualità?

Di solito provo a rispondere seguendo due diverse direttrici: da una parte i nomi delle riviste che più apprezzo (The Economist, New Yorker, The Atlantic, Foreign Policy, New York Times Magazine, Der Spiegel), dall’altra il paragone con giornali e riviste italiane che considero di buon livello (es. L’Espresso).

Il particolare che fa la differenza si può sintetizzare il più delle volte in un’unica parola: approfondimento. Nelle riviste elencate qui sopra la caratteristica è la presenza di articoli che sviscerano un tema (anche apparentemente banale, non mi riferisco solo alle grandi inchieste) in maniera così esaustiva che dopo averli letti si ha l’impressione di essere dei veri esperti della materia.

Articoli quindi non di gossip o retroscena (specialità che in Italia è elevata ad arte) ma di scenario. Articoli per forza di cose necessariamente lunghi. E che quindi richiedono tempi adeguati per la documentazione, l’ascolto delle fonti, la scrittura, il fact-checking (vi basti pensare che a Der Spiegel ci sono 80 fact checkers, sì avete letto bene, 80).

Articoli che richiedono però, oltre a una formazione giornalistica non comune, anche un pubblico di lettori che sappia apprezzarli. E bisogna ammettere il fatto che la pubblicazione in italiano e non in inglese limita molto il mercato di riferimento.

Questo discorso ci porta ad un’altra considerazione che riguarda la situazione editoriale italiana, specie per quanto riguarda i settimanali. Il mercato italiano, pur tra mille difficoltà, riesce comunque ad assorbire alcuni milioni di copie di riviste con un target familiare, che si occupano principalmente di gossip riguardanti personaggi della tv e del cinema. Gli unici veri newsmagazine sono L’Espresso e Panorama, che rispetto ai vari Sorrisi e Canzoni e Dipiù però vendono pochissimo.

Da questo si può tranquillamente dedurre che lo spazio per un settimanale modello The Economist in Italia non c’è. Con buona pace di chi dovrà continuare a leggere in inglese per ottenere prodotti di altissima qualità.

Certo, il giorno in cui vedremo un’inchiesta come questa sulla famiglia del premier cinese Wen Jiabao o quando un giornale si occuperà di un’indagine sul futuro amministratore delegato Mark Thompson in questo modo, sarà il segnale che qualcosa nel nostro modo di intendere il giornalismo è cambiato.

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