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E così se ne va via un’altra I. Dopo la i di inglese, non più affidato a insegnanti specialisti ma specializzati (quelli con il corso di 150 ore per intenderci, quando invece i nostri politici sanno bene che non ne bastano 150, altrimenti loro saprebbero parlare inglese), va via anche la I di informatica.

L’informatica, ci spiegano le FAQ del ministero dell’Istruzione, non è una priorità, specie nelle scuole primarie.

Fare riferimento alle due ore riservate invece all’insegnamento della religione cattolica sarebbe troppo facile. Eppure non credo vedremo esponenti del pd stracciarsi le vesti per questo.

La domanda è piuttosto: del livello culturale medio dei cittadini di domani importa davvero a qualcuno? Non è dalle ore di inglese o di informatica che si formerà un cittadino informato, consapevole, integrato (se di origini straniere). Ma da qualche parte bisognerà partire. Di sicuro la frustrazione di insegnanti precari e malpagati non aiuta a garantire una buona istruzione di base, essenziale per poter diventare bravi cittadini. Di sicuro esporre i bambini ad un solo punto di vista, quello del maestro unico (o prevalente), non li abitua al pensiero critico. Di sicuro togliere attività invece di inserirne di nuove impoverisce il bagaglio complessivo di istruzione.

E questo è un rischio anche per i politici di domani (che saranno sempre quelli di oggi, che pensate?). Un cittadino non consapevole è pericoloso perchè giudica tutto con strumenti rudimentali, ed è più facilmente preda delle politiche populiste, delle clientele, delle pratiche che oggi si definiscono deleterie per una società ma che prosperano grazie all’ignoranza.

Certo, i figli di chi può andranno a studiare nelle scuole e nelle università d’elite, italiane o straniere, ma questo cambia la sostanza di un Paese che va a marcia indietro invece di guardare davanti?

Tutto ciò sembrerebbe assurdo. A meno che qualcuno non creda di avvantaggiarsi da questo stato di cose, e che un livello culturale medio bassissimo possa perfino giovargli elettoralmente..

Questo però è un altro discorso. O, meglio ancora, questo E’ il discorso.

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