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Qualche perchè sulla prossima vittoria di Obama | Il blog di wow

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Qualche perchè sulla prossima vittoria di Obama

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A urne ancora aperte dico la mia sulle elezioni americane di cui tra 24 ore sapremo tutto.

Inizio con il dire che non credo a tutti coloro che parlano di risultato in bilico. Ognuno ha i suoi giornali da vendere, le sue trasmissioni da mandare in onda e per cui serve un pubblico. Per carità massimo rispetto.

Ma penso che la rielezione di Barack Obama non sia in discussione.

E non perchè abbia una cieca fiducia nelle capacità del guru degli statistici del Nyt Nate Silver, che predice anche lui una vittoria di Obama, ma perchè credo che il risultato definitivo non sia mai stato in bilico, se non dopo il primo disastroso dibattito del presidente in carica. Che tra le altre cose ha dimostrato qualcosa che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: chi va in televisione impreparato, si chiami Barack Obama o Antonio Di Pietro, è destinato a pagarne le conseguenze.

Il presidente ha incassato gli endorsement riluttanti di molti giornali e personaggi e proprio gli ultimi due (quello del settimanale britannico The Economist e del sindaco di New York Michael Bloomberg) credo sintetizzino meglio di ogni altro il senso dei 4 anni di primo mandato di Obama.

Un carico di promesse esagerato (anche per colpa sua) che si è scontrato contro le naturali difficoltà del governo e contro un’opposizione durissima che non ha consentito al presidente di utilizzare le soft skills di grande moderato e tessitore di alleanze, affinate nei anni ad Harvard e nella politica locale in Illinois. Obama ha sicuramente incassato dei risultati importanti come il salvataggio dell’industria automobilistica, la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden, l’approvazione di una riforma sanitaria che è una pietra miliare nella storia americana. Il tutto in uno scenario di crisi economica molto difficile e assolutamente non adatto al suo messaggio di speranza, cambiamento.

Dall’altra parte il campo repubblicano ha fatto di tutto per far diventare e apparire anche il moderato Mitt Romney un estremista su alcuni temi che stanno molto a cuore al Tea Party.

Se Romney avesse difeso il suo score come governatore del Massachussets soprattutto sulla riforma sanitaria (per molti versi ispiratrice di quella di Obama) probabilmente avrebbe perso per strada molti sostenitori a destra ma avrebbe dimostrato autenticità e ragionevolezza a tutto il resto della nazione. Soprattutto perchè la destra repubblicana non l’ha mai amato e si è appassionata nel corso delle primarie a qualsiasi altro candidato potesse vincere al suo posto (Donald Trump, Michele Bachmann, Hermann Cain, Rick Perry, Rick Santorum) prima di “accettarlo” in maniera riluttante come proprio candidato.

Avrebbe dovuto e potuto parlare a quel 47% di piagnoni di cui discorreva nell’ormai famoso incontro a porte chiuse, invece di rinchiudersi nel rassicurante recinto dei sostenitori repubblicani. A Romney è mancata inoltre l’autenticità di chi dice una cosa perchè la pensa, non perchè i sondaggisti hanno consigliato di dirla. E in questo modo la sua fama di flip-flopper per convenienza, in molti casi meritata, lo ha penalizzato in una competizione in cui poteva giocarsela.

Ultimo fattore, non per ordine di importanza, la potenza della (non gioiosa) macchina da guerra obamiama capitanata come al solito dai vari David Plouffe, David Axelrod, Jim Messina. Gente capace di far trionfare contro ogni pronostico il semisconosciuto senatore dell’Illinois Barack Obama contro l’imbattibile Hillary Clinton nelle primarie democratiche del 2008. Un’impresa che non si improvvisa ma si ottiene pianificando tutto alla perfezione.

Le chiavi del successo, negli Stati Uniti e negli altri Paesi, sono sempre le stesse: candidato credibile, buona dote economica con qualche televisione a rimorchio, ottima organizzazione, poche o nessuna gaffe colossale. Chi riesce a mixare nel miglior modo possibile questi elementi ha in mano il proprio destino. Gli altri inseguono.

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