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L’equità secondo i tecnici: colpire lavoratori e pensionati | Il blog di wow

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L’equità secondo i tecnici: colpire lavoratori e pensionati

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La discussione sulla riforma del sistema delle pensioni esemplifica perfettamente quanto in Italia una larga parte della classe dirigente viva su un altro pianeta.

Ci sono dei sacrifici da fare. Per tutti. Equità, termine a cui molti si richiamano, a partire dal professor Monti, vorrebbe che si inizi da chi più ha e può contribuire in maniera più sostanziosa, in primis i detentori dei grandi patrimoni.

Una robusta patrimoniale e una tassazione al 15-20% supplementare per i 100 miliardi scudati l’anno scorso permetterebbero ai conti pubblici di prendere una boccata d’ossigeno e studiare in maniera seria le riforme successive.

Ovviamente i guru dell’economia alla Monti non ci pensano nemmeno parlando di ‘difficile praticabilità’ per queste misure, che è la formula con cui si cassano a prescindere le idee che non si vogliono prendere in considerazione, e ‘rottura del patto con i contribuenti’, come se chi esporta capitali all’estero invece abbia rispettato il resto del popolo bue che paga le tasse. O il famoso prelievo forzoso del 6 per mille del governo Amato nel ’92 fosse stato un gentile obolo volontario dei cittadini.

Abbandonate quindi le misure più eque si ragiona nell’ordine su incrementare l’IVA di un altro punto (cioè tassare allo stesso modo l’indigente e lo straricco), mettere l’ICI sulla prima casa (sperando che vengano esentati coloro che hanno un patrimonio non milionario, così come fatto dal governo Prodi nel 2006) e poi via subito a chiedere soldi ai soliti noti, i lavoratori.

Si parla quindi di aumento dell’età pensionabile e si discute addirittura di innalzare fino a 43 anni di contributi il requisito per andare in pensione indipendentemente dall’età, con il riformista Pietro Ichino subito pronto a dire che è necessario.

Facciamo due conti: un lavoratore medio in questi tempi conosce almeno due-tre-quattro anni di precariato, su cui paga i contributi alla gestione separata, che non assicurano sussidi di disoccupazione e darebbero una pensione miserrima, ma – attenzione – bisogna almeno versare tre anni di contributi, altrimenti vanno persi anche quei pochissimi euro. Se poi ha la fortuna di essere assunto lo sarà ad almeno 30 anni. 30 più 41-42-43 fanno 71-72-73, gli anni di età in cui i volponi alla Ichino vogliono mandare in pensione questi lavoratori. Siamo ben oltre la soglia 100, qui si arriva anche a 110 e passa.

Ora calcolando che l’aspettativa di vita aumenterà nei prossimi anni ma non passeremo da 78 anni a 98, qualcuno (Ichino o chi per lui) può spiegarmi perchè un lavoratore che comincia a lavoratore a 29-30 in media deve lasciare un terzo dello stipendio all’INPS per 40 anni e più per avere una pensione per nemmeno quindici anni di vita media oltre la pensione?

Se poi Ichino o chi per lui avesse tempo mi può spiegare come un’età anagrafica così alta per il lavoro si concilia con le ventilate riforme del lavoro che introducono il licenziamento anche solo per motivi economici. Un lavoratore di 65 anni è per forza di cose meno innovativo, pronto e scattante rispetto al giovane di 30. Quindi più soggetto, anche per il suo costo, ad essere tagliato fuori. Come ricollochiamo i 65enni nel mercato del lavoro? Come facciamo sì che questi lavoratori raggiungano anche loro i famigerati 43 anni di contributi? Domande che resterà nos senza risposta.

Resta l’impressione (in attesa che lunedì diventi una certezza) che il governo dei tecnici dalle idee geniali non abbia fatto altro che applicare le idee vecchissime e poco creative del passato: far pagare a lavoratori e pensionati l’intero costo delle riforme. Applausi da destra, sinistra e centro. Sipario.

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