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It’s the economy stupid, anche in Turchia e Iran

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La situazione a Piazza Taksim diventa ogni ora sempre più pericolosa, specie dopo le ultime accuse alla polizia di aver usato gas urticanti sulla folla. La protesta ormai va avanti da due settimane ed è diventata qualcosa di più serio di una semplice opposizione alla costruzione di un centro commerciale al posto del Parco Gezi a Istanbul.

Credo purtroppo, per i motivi che illustrerò tra poco, che le proteste siano destinate a ridimensionarsi e a sopirsi nel giro di qualche settimana al massimo.

I due motivi principali da cui origina questa convinzione sono politici e economici.

Per quanto riguarda il primo va sottolineato il fatto che l’opposizione al governo del primo ministro Erdogan sia tutt’altro che unita. Dietro il collante dell’opposzione al premier il partito curdo (BDP, di sinistra), il partito di tradizione kemalista (CHP, di centrosinistra) e quello nazionalista (MHP, di destra) non sono d’accordo su nulla. In uno scenario politico così frastagliato è impossibile che uno di questi tre partiti riesca a catalizzare i consensi degli altri riuscendo a diventare pericoloso per l’AKP, il partito  musulmano moderato del premier Erdogan, che, non va dimenticato, nel 2011 ha ottenuto circa il 50% dei voti.

Questo ci porta all’altro punto, quello economico. La Turchia in questo ultimo decennio ha conosciuto uno straordinario sviluppo economico, dovuto sia ad una ritrovata stabilità politica (condizione di cui storicamente la Turchia non ha mai beneficiato, afflitta com’era da periodici colpi di Stato da parte dei militari) e ad un serie di riforme che hanno favorito gli investimenti locali ed esteri sul territorio.

Questo significa che una buona parte dei cittadini turchi ha potuto beneficiare della crescita economica, migliorando notevolmente il proprio tenore di vita. Ed è proprio questo il motivo per cui la gran parte della popolazione, che ovviamente non risiede nel centro di Istanbul e a cui non interessa difendere un parco dalla possibilità che diventi un centro commerciale capace di creare tanti posti di lavoro, quasi sicuramente non appoggerà le pur legittime richieste dei manifestanti sul fronte dei diritti e di una maggiore democratizzazione.

Prendiamo un caso apparentemente distante, quello recentissimo delle elezioni presidenziali in Iran. Ancora qualche giorno fa L’Economist facendo una disamina dei candidati concludeva che probabilmente i candidati moderali (Rohani e Aref, ritiratosi poi a poche ore dal voto) avrebbero potuto arrivare al ballottaggio solo sfruttando le divisioni nel fronte ultra-conservatore, che contava ben 6 candidati sugli 8 totali.

La sorprendente vittoria di Hassan Rohani al primo turno con il 50,68% ha chiarito che la maggioranza del popolo iraniano, nonostante l’appoggio al regime teocratico sotto la guida suprema dell’Ayatollah Ali Khamenei, ha giudicato fallimentare il bilancio degli 8 anni del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, caratterizzato da uno stile populista e minaccioso in politica estera e scarso nella gestione dell’economia, che si porta dietro anche il pesante fardello dell’embargo dei Paesi occidentali.

Dal fortunato “It’s the economy, stupid” utilizzato da Bill Clinton ne è passato di tempo. Ma è l’economia a giocare il ruolo chiave in tutti i contesti e a determinare vittorie e sconfitte di partiti e movimenti, anche nelle regioni apparentemente più sensibili alle corde dell’ideologia.

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