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Il punto sulle primarie repubblicane | Il blog di wow

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Il punto sulle primarie repubblicane

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Le primarie repubblicane di questa tornata elettorale saranno ricordate sicuramente  tra le più divertenti (soprattutto per chi non è repubblicano). Lo schieramento è talmente composito che qualcuno l’ha paragonato ad un circo Barnum che però esprime solo l’inconsistenza di una classe politica.

Le campagne presidenziali sottopongono i candidati (quelli veri e che hanno chance di vittoria) a un tour massacrante per il Paese (e spesso anche all’estero) che dura almeno due anni e che sottopone i politici a test di qualsiasi tipo (affidabilità, competenza, valori, percorso politico e familiare) e che permette alla stampa di scovare qualsiasi ombra nella vita di una persona, che riguardi il fatto o il presente. E’ l’esame più difficile e uscirne indenni è praticamente impossibile, anche per coloro che poi sono stati regolarmente eletti e votati dagli americani, come ci insegnano i casi di Bill Clinton con l’ex amante Gennifer Flowers, George W. Bush e la sua passione per l’alcool, Barack Obama e il suo confessore nero (e antiamericano) Jeremiah Wright. E’ una prova del fuoco che di solito soffoca le ambizioni presidenziali di molti politici con troppi scheletri nell’armadio e garantisce agli americani che almeno avranno in mano tutti gli strumenti per poter valutare i vari candidati.

Ad aprire le danze dei sondaggi in primavera è stato un personaggio che più americano non si può, il finanziere e immobiliarista Donald Trump, che ha provato a cavalcare l’onda del successo del Tea Party e addirittura dei cosiddetti birthers, coloro che continuano a rilanciare la bufala di Obama nato in suolo non americano e perciò ineleggibile. Obama però ha deciso finalmente di mostrare il suo certificato di nascita e la corsa di Trump si è sgonfiata come un soufflè.

Il vero frontrunner della competizione, il candidato ‘inevitabile’ perchè il più presentabile, che però la base del partito non vede di buon occhio, è Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts e ex presidente del Comitato per le Olimpiadi Invernali di Salt Lake City. Specialista del flip-flop (ha cambiato idea innumerevoli volte su tantissimi temi) è stato sconfitto da McCain nelle primarie del 2008 ed è quindi in campagna elettorale consecutivamente da molti anni. I segugi del giornalismo americano hanno trovato su di lui solo alcuni operai clandestini che hanno lavorato nella ristrutturazione della sua casa in Massachussets, assunti però non da Romney ma dalla ditta a cui il candidato aveva affidato i lavori.

Romney è inviso alla destra religiosa di base perchè è mormone, ha approvato una riforma sanitaria nel suo stato che è molto simile a quello approvata da Obama (Romney ha prima dichiarato di volere i diritti d’autore dal presidente per poi dire che la sua era giusta per i cittadini del Massachussets, ma non per tutti gli americani) e perchè in realtà sente che il candidato non ha idee forti dalla sua ma si fa suggerire sempre dal vento che tira in quel momento la posizione da prendere.

Lo sfidante più credibile di Romney sembrava essere Rick Perry. Da 10 anni governatore dello stato del Texas, dove è stato il successore dell’ex presidente George W. Bush, Perry non ha mai perso una campagna elettorale, ha un buon rapporto con la base cristiana evangelica del partito repubblicano e al contrario del robot Romney (che viene percepito come falso proprio perchè troppo costruito) è molto spontaneo e con un buon portafoglio di donatori pronti a sostenere la sua campagna.

Perry ha però deciso di suicidarsi politicamente con un’approssimazione e un’impreparazione senza pari. Ecco quindi l’epiteto di “traditore” al presidente della Fed Bernanke se dovesse decidere di utilizzare le leve monetarie per rilanciare l’economia nell’anno elettorale, le penose performance nei dibattiti televisivi fino alla mega-amnesia sulle agenzie federali da eliminare (non ricordava quale fosse una delle tre) e all’ultimissima di ieri, con la richiesta del voto solo a coloro che ‘il prossimo 12 novembre avranno compiuto 21 anni’. Due errori in mezza frase: le elezioni presidenziali sono il 6 novembre e l’età minima per votare è 18 anni. Uno scandalo che fa capire quanto possa essere prezioso il lavoro di uno staff autorevole che possa costringere il candidato a “fare i compiti a casa” (ricordate il guru Karl Rove e lo scolaro George W. Bush?) e evitargli gaffe incredibili come queste. Per Perry è ormai quasi impossibile risalire la china.

Nelle ultime settimane il ruolo di anti-Romney ad agosto nelle mani di Rick Perry era passato a Herman Cain, ex amministratore delegato di GodFathers’ Pizza, che si collocava su posizioni vicine a quelle del Tea-Party. Cain è sempre stato definito dalla stampa più indipendente un candidato assolutamente improbabile per la sua impreparazione politica e la sua storia personale.
Politicamente Cain ha lanciato la propria campagna elettorale con uno schema di tassazione 9-9-9, che dopo pochi giorni è bastato a definirlo una specie di Robin Hood al contrario, con i poveri e la classe media che avrebbero pagato più tasse per concedere sgravi ai milionari. L’inconsistenza politica di Cain è poi venuta fuori con una storica gaffe sulla politica estera dove è riuscito ad andare nel pallone ad una domanda sulla Libia.
Ma quello che lo ha azzoppato di più presso l’opinione pubblica è stato l’emergere di almeno 4 donne molestate sessualmente da lui. In più qualche giorno fa è venuta fuori la storia di un’amante fissa di Cain che lui ha incontrato periodicamente per 13 anni e che ha dato il colpo di grazia alla campagna di chi voleva parlare alla base del partito repubblicano dei ‘valori’. Cain al momento ha dichiarato di essere ancora in corsa ma è ormai fuori gioco.

Chi di valori se ne intende è lo sfidante più accreditato di Romney in questo momento, Newt Gingrich. Ex speaker della Camera dei Reppresentanti dal 1995 al 1999, è famoso per aver firmato il cosiddetto Contratto con l’America, che aveva portato i repubblicani a riprendere la maggioranza alla Camera dopo 40 anni di dominio democratico.

Gingrich dopo aver abbandonato la politica in Parlamento ha fondato diverse società di consulenza con cui è riuscito a guadagnare ingenti somme di denaro, che puntualmente adesso gli si ritorcono contro, come quella da 1,8 milioni di dollari ricevuta da Freddie Mac, l’agenzia governativa che garantisce i mutui di milioni di americani che i contribuenti hanno dovuto salvare con miliardi di dollari. Anche Gingrich, sposato tre volte, ha i suoi grattacapi nella sfera sentimentale, se è vero che mentre fustigava duramente Bill Clinton durante il Sexgate aveva anche lui ha relazione extraconiugale di cui pare fosse a conoscenza anche lo stesso Clinton e comunque gli vengono addebitate moltissime avventure sessuali. Al momento è addirittura in testa ai sondaggi ma è possibile che anche la sua candidatura possa sgonfiarsi nelle prossime settimane.

Altri candidati ancora in lizza sono Michelle Bachmann, beniamina del Tea Party per un periodo addirittura in testa nei sondaggi e altro personaggio politicamente inconsistente e mantenuta in vita solo da una minoranza rumorosa, l’eterno Ron Paul, con la sua base libertaria, che ha il merito di sapere di cosa si sta parlando anche se le ricette proposte sono molto estreme perfino per l’elettorato americano, che notoriamente è di bocca buona, come l’abolizione della Federal Reserve e Jon Huntsman, un cosiddetto Rino (Republican in name only).
Huntsman è stato ambasciatore di Obama in Cina e governatore dello Utah ed è il beniamino dei grandi media democratici (in testa il Nyt) proprio perchè le sue sono le proposte più centriste e vicine a quelle dei democratici. Ovviamente questo lungi dall’essere un vantaggio squalifica Huntsman nei confronti di una larga fetta di elettorato repubblicano. In ogni caso Huntsman non è mai andato sopra i 3-4 punti percentuali di consensi nei sondaggi.

La disperazione nelle fila repubblicane è così forte che prima si è cercato di convincere Paul Ryan, uno dei giovani più promettenti che aveva presentato una proposta di riforma fiscale molto apprezzata all’interno del partito (ma Ryan, che ha solo 40 anni e ha tutto il tempo davanti a sè, ha ringraziato e rifiutato), poi ha iniziato un pressing molto duro su Chris Christie, governatore del New Jersey, che ha rifiutato anche lui. Così come anche la candidatura vicepresidente con McCain Sarah Palin, beniamina del Tea Party tanto quanto la Bachmann, insieme alla Bachmann, ha annunciato in ottobre che non parteciperà alle primarie.

Tutta questa incertezza fa sì che si torni a parlare di una terza candidatura indipendente che mischierebbe le carte e renderebbe meno scontata la partita. Il nome di cui si parla è sempre lo stesso: il sindaco di New York Michael Bloomberg, l’unico ad avere le sostanze e la notorietà fuori dagli schieramenti per potersi proporre agli elettori in maniera convincente. Ma dopo la quasi sconfitta delle ultime elezioni comunali (stava per perdere da un carneade del partito democratico) forse l’ego del super-sindaco dovrebbe essersi ridimensionato.

Per chi volesse un articolo con molti numeri sulle previsioni per le presidenziali americane consigliamo quello di Nate Silver sul Nyt, che collega la rielezione di Obama alla crescita econmica negli USA l’anno prossimo. Con un tasso al 4% Obama vincerebbe con qualsiasi sfidante a mani basse, mentre con una crescita nulla potrebbe avere delle serie difficoltà a convincere gli americani a votarlo per la seconda volta.

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