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Steve Jobs e l’importanza di lottare. Sempre. | Il blog di wow

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Steve Jobs e l’importanza di lottare. Sempre.

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La morte di Steve Jobs è stata affrontata da tutte le categorie giornalistiche: dal blogger fan di Apple al pensoso editorialista che ha dovuto documentarsi all’ultimo momento su cosa avesse fatto nella sua vita questo personaggio. C’è stato chi lo ha paragonato a Gutenberg (Mentana), chi a un mago (L’Economist), chi a un visionario (Obama), chi a un rivoluzionario (moltissimi).

Era tutto questo ma anche un uomo, con tutte le sue debolezze.

Nella sua vita ha seguito gli insegnamenti di molti guru, senza che nessuno lo prendesse per un pazzo scatenato, era durissimo con i colleghi e i suoi sottoposti, che pare licenziasse anche nell’ascensore, aveva una cura maniacale per ogni dettaglio, tanto da mandare indietro due versioni di iPhone prima di approvare la terza.

Sempre dal punto di vista personale ha addirittura rifiutato di riconoscere una figlia portando in tribunale un certificato che ne certificava la sterilità (smentita dalla successiva nascita di tre figli), anche se dopo molte pressioni della moglie Laurene l’ha riconosciuta e addirittura ammessa a vivere in casa sua. E la rifiutò nonostante egli stesso era stato rifiutato da due famiglie: dai suoi genitori naturali che lo diedero in adozione e dalla coppia di avvocati che all’ultimo momento decisero che volevano una bambina invece del bambino in arrivo, che quindi andò a una famiglia di impiegati.

Steve Jobs è stato povero, ricco, guru, stronzo, rifiutato e rifiutante. Ci ha lasciato tanti insegnamenti sia per la vita (l’ormai famoso discorso di Stanford) che per il business (farsi pagare, e molto, per la qualità e il design; l’importanza di saper vendere).

Ma soprattutto ha lottato. Nella vita come nella malattia. Ha fatto in modo che le sue idee riuscissero a prendere forma anche se intralciate da coloro che volevano segargli le gambe (ce ne sono anche in America). Ha fatto vincere la sua visione e la sua caparbietà sulle difficoltà che la vita gli aveva posto: alla nascita, all’università, alla necessità di mettere insieme pranzo e cena negli anni difficili, al momento del licenziamento dell’azienda che aveva fondato, quando lo ha colpito la malattia.

Molti hanno ipotizzato cosa sarebbe successo se “Stefano Lavori” fosse nato in Italia, cosa sarebbe riuscito a fare nei panni dell’italiano dal cristallino talento in un ambiente così “inospitale” sia per i giovani che per molti talenti, specie nel campo dell’informatica. Probabilmente avrebbe combinato poco, a meno che non fosse emigrato nella Silicon Valley (come già fanno molti dei talenti italiani) ma mi piace l’idea che magari la sua tenacia l’avrebbe portato a sfondare anche qui. In uno scenario così chiuso forse avrebbe trovato la chiave giusta per realizzare le sue idee, avrebbe lottato e ce l’avrebbe fatta. Chissà.

Il mondo perde le innovazioni che avrebbe potuto realizzare negli anni a venire. Non perde la sua storia e il messaggio che ci lancia: Don’t give up.

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