Il blog di wow

Riflessioni non richieste su giornalismo, politica, economia, televisione

26 gennaio 2012
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Il metodo Obama e la politica americana sempre più divisa

Veramente interessante l’articolo di Ryan Lizza sul New Yorker in cui si analizzano le scelte politiche di Barack Obama attraverso l’analisi dei memo che intercorrono tra lui e i suoi collaboratori.

Ne esce fuori un ritratto sicuramente molto diverso dal presidente idealista che molto spesso viene descritto dai giornali (soprattutto quelli italiani) e si mette in luce come l’intera campagna del 2008 di Obama, basata sulla politica che deve smettere di essere solo contrapposizione ma anche dialogo per il bene dei cittadini, abbia dovuto fare i conti con la realtà di una politica che tende a essere, 4 anni dopo, ancora più divisa. Un fenomeno dovuto principalmente al deciso spostamento a destra dei repubblicani, che secondo alcune ricerche si sono spostati a destra tre volte di più di quanti i democratici si siano spostati a sinistra.

Le riforme portate a casa da Obama (sanitaria e finanziaria su tutte) sono infatti arrivate grazie ai voti dei soli democratici e hanno subito (e continuano a subire) una durissima opposizione che ha dipinto il presidente in tutti i modi (negativi) possibili.

Infine una curiosa annotazione sul metodo di lavoro sui vari dossier di Obama. Di solito preferisce relazioni scritte da leggere dopo le 10 di sera nel suo studio nell’ala Est, dopo che la moglie Michelle è andata a letto.
Quasi sempre le relazioni si chiudono con lo spazio per un si o un no oppure con una scelta tra varie opzioni. Il presidente può anche scegliere di chiedere un approfondimento e inserire note a margine che chiariscano il suo orientamento o suggeriscano strategie e approcci comunicativi.
I documenti tornano l’indomani nella segreteria che provvede a smistare i vari dossier agli uffici competenti sotto la supervisione del capo dello staff e del suo vice.

Obama gradisce che ogni sera nel suo briefcase vengano inserite una decina di lettere di cittadini a cui se necessario provvede a rispondere.

24 gennaio 2012
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L’abito non fa il Frati

Sul Corriere di lunedì 23 gennaio (p. 9) si dà voce ai dubbi dei rettori di alcune tra le principali università italiane sulle riforme che il governo Monti potrebbe presentare nelle prossime settimane riguardanti il mondo dell’università, prima fra tutti quella che abolirebbe il valore legale della laurea.

Tra gli intervistati spicca il rettore della Sapienza, Luigi Frati, che intravede nella misura allo studio “la possibilità che la politica metta le mani con ancora più facilità nelle assunzioni nel settore pubblico”. Una preoccupazione legittima, anzi molto probabilmente lungimirante.

Solo che bisogna capire chi è Frati. Il rettore della Sapienza è infatti riuscito nel “miracolo” di veder riunita la famiglia all’università. Sua moglie, sua figlia e suo figlio sono infatti alla Sapienza e tutti e tre all’interno della facoltà di Medicina, di cui Frati era preside prima del grande salto verso il rettorato.

Frati insomma è quello che dichiarava “Assumo i miei parenti? Se lo meritano”. Però il vero rischio che vede Frati è che siano i politici a mettere le mani sulle assunzioni, mica i rettori.

 

21 gennaio 2012
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Nessun cognome è casuale

Erano anni che non guardavo il Tg5.

Oggi ho guardato l’edizione delle 13 e vi elenco gli autori dei primi servizi, quelli più importanti, lanciati nel telegiornale.

Barbara Parodi Delfino (erede Visconti di Modrone e ex moglie di Luca di Montezemolo e Paolo Mieli), Costanza Calabrese (figlia dell’ex giornalista Pietro), Giulio De Gennaro (figlio dell’ex capo della Polizia Gianni), Carlotta Adreani (figlia dell’amministratore delegato di Publitalia Giuliano), Silvia Santalmassi (figlia del giornalista Giancarlo), Valentina Loiero (figlia dell’ex presidente della regione Calabria e ex ministro Agazio).

E mancavano da questa edizione Donata Scalfari, Lella Confalonieri, Chiara Geronzi e potremmo continuare per almeno un’altra decina di nomi.

Fa più notizia questo nepotismo nn occasionale ma sistematico? No. Ormai è una caccia al nome che nemmeno più fa arrabbiare ma mi ricorda uno dei motivi per cui non lo guardo più. E per cui conviene sempre cambiare canale quando me lo trovo davanti.

17 gennaio 2012
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Il senso di Chiamparino per le banche

Della fenomenologia di Sergio Chiamparino ci si era occupati qui, circa due anni fa. Parlavamo anche della sua gestione maldestra della sostituzione di Enrico Salza dal vertice del Consiglio di Gestione di Intesa SanPaolo. Chiamparino sponsorizzava l’ex ministro Domenico Siniscalco e gli andò male, perchè alla presidenza arrivò Andrea Beltratti.

Adesso Chiamparino fa sapere di essere disponibile a diventare presidente della Compagnia San Paolo, la fondazione bancaria che è il maggior singolo azionista di Intesa con il 9,8%.

Vuole quindi diventare banchiere a tempo pieno. E noi tifiamo perchè lui coroni finalmente il suo sogno. Almeno ci risparmierà le sue opinioni (sempre dai giornali e mai nei dibattiti interni) sul Pd, la TAV e il Terzo Valico.

4 gennaio 2012
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Cortina, l’evasione e la matematica

Le proteste erano state unanimi: No ai controlli fiscali del 30 dicembre scorso in alcuni locali di Cortina. Il sindaco Andrea Franceschi, l’ex sottosegretario Daniela Santanchè, il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto erano intervenuti contro lo stato di polizia tributaria, i controlli che ostacolavano il lavoro dei commercianti e degli albergatori e via delirando.

Adesso che sono stati resi noti i risultati dell’operazione (+300% il fatturato rispetto all’anno prima per i ristoranti, più 400% per i negozi di beni di lusso, più 40% per i bar, senza contare i redditi bassissimi di buona parte dei possessori delle auto di grossa cilindrata controllate) si scopre che la matematica non è un’opinione e che 2+2 fa sempre 4: non appena si entra in un esercizio commerciale a controllare il fatturato si impenna e il registratore di cassa fa gli straordinari, mentre se si controlla per strada si scopre sempre qualche nullatenente per il fisco che gira in Porsche.

Speriamo quindi che almeno per un giorno si possano evitare le sparate su Roma Ladrona, il sud pieno di evasori, i commercianti tutti onesti e l’inaccettabile stato di polizia tributaria.
Almeno un giorno senza cazzate.

Ce lo meritiamo no?

4 gennaio 2012
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Ichino nel Paese delle meraviglie

Con la scusa di rispondere ad un post di Leonardo pubblicato sul sito de l’Unità, il senatore del Pd Pietro Ichino si toglie alcuni sassolini dalla scarpa parlando del suo rapporto prima con il Pci e poi con la stessa Unità, anche se a mio modo di vedere compie due errori abbastanza clamorosi.

Nel primo episodio Ichino dice di essere stato ‘licenziato’ dal partito Comunista nel 1983 alla fine dell’ottava legislatura in quanto non fu ricandidato. A me sinceramente non sembra un licenziamento ma una scelta del partito di non ricandidarlo. Mica la rielezione è un fatto automatico per tutti i parlamentari.
Nel secondo episodio il giuslavorista lamenta il fatto che il segretario del PDS D’Alema gli chiese di scrivere per L’Unità (a pagamento si immagina) e lui per questo rinunciò ad un contratto più ricco già in essere con il Corriere della Sera, senza che questo episodio gli avesse fruttato almeno ‘due righe di commiato’ quando il direttore decise di non pubblicare più i suoi articoli.
Anche qui di licenziamento non si vede ombra, visto che tra un giornale e un suo editorialista professore universitario non c’è nessun rapporto di tipo subordinato.

Fin qui i sassolini.

Se poi si leggono le risposte ai dubbi di Leonardo il senatore Ichino fa quasi tenerezza, perchè lui asserisce di credere al fatto che il ‘licenziamento per motivi economici e organizzativi’ non comporterà nessun tipo di abuso da parte delle imprese che invece in queste tre parole ci infileranno di tutto. Un moderno Alice nel Paese delle Meraviglie.

Quindi se il problema è l’abuso dei contratti precari da parte delle imprese (che utilizzano quello a tempo indeterminato solo nel 18% dei casi) la soluzione non è impedire questa pratica scellerata ma trovare un modo per ‘andargli incontro’. Magari dando anche un premio a questi imprenditori illuminati.

28 dicembre 2011
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Quello che doveva essere

Giusto per rinfrescare la memoria a qualcuno che ha già dimenticato quanto annunciato appena 40 giorni fa, questo di Mario Monti sarebbe dovuto essere il governo che:

- avrebbe fatto poche interviste e metteva a dieta la comunicazione (e tutti i ministri e sottosegretari sono onnipresenti in tv e altri media)

- avrebbe fatto abbassare istantaneamente lo spread btp-bund (è ancora sugli stessi livelli)

- avrebbe fatto una manovra all’insegna dell’equità (di equità nella manovra ce n’è pochissima, pagano i soliti)

- avrebbe fatto una lotta senza quartiere alle lobby (per adesso solo una frettolosa ritirata davanti a farmacisti e tassisti)

- avrebbe tagliato i costi della politica (per le province tutto archiviato, i tagli al resto sono stati ridicoli)

- avrebbe ridotto gli sprechi (il regalo delle frequenze per ora è stato bloccato, restano ancora in piedi ponte sullo stretto, terzo valico Genova-Tortona e TAV Torino Lione)

- avrebbe fatto piazza pulita dei conflitti di interesse (i casi Passera, Ciaccia, Profumo etc etc dimostrano che l’argomento è ancora molto presente)

- avrebbe introdotto massima trasparenza per curriculum, patrimoni personali e redditi di ministri e sottosegretari (solo in pochissimi hanno per adesso messo tutto online)

Il tutto senza parlare di manovra, crollo dei consumi. Che dire? Un vero trionfo

6 dicembre 2011
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Il pianto della casta dei farmacisti

Siccome visti i tempi si è costretti a divertirsi con poco segnalo, per chi se li fosse persi, gli strepiti e i pianti di tutto il comparto farmacie (sia di quelle comunali, riunite in Assofarm, che quelle dei privati, sotto la sigla Federfarma) per qualche minima misura di liberalizzazione inserita nella manovra finanziaria appena varata dal governo Monti.

Le nuove norme prevedono che i farmaci compresi nella fascia C, quelli con obbligo di ricetta non rimborsabili dallo Stato, possano essere venduti non solo nelle 17800 farmacie ma anche nelle parafarmacie, limitando però la misura ai comuni sopra i 15000 abitanti. Dal provvedimento sono esclusi i medicinali di classe C con ricetta non ripetibile, i farmaci psicotropi e quelli iniettabili, ma comunque si tratta di una torta da 2,5 miliardi di euro. La misura prevede inoltre l’abbassamento del quorum di numero di abitanti per farmacia, attualmente a 5000 e che dovrebbe essere portato a 4000.

Molto divertenti i commenti di Assofarm, che parla di “rischio estinzione”, mentre Federfarma prevede “farmacie in ginocchio”, “distruzione del servizio” e minaccia serrate e scioperi. Nientemeno.

Ovviamente sono le stesse identiche reazioni che si ebbero nel 2006, quando l’allora ministro dello Sviluppo Economico Bersani introdusse le parafarmacie e la categoria scioperò chiedendo ai clienti di “non lasciare che la tua farmacia chiuda per sempre” e altre amenità del genere.

Da allora sono state aperte circa 4000 parafarmacie, che si stima occupino 7500 persone, con un risparmio di circa 600 milioni per i cittadini grazie alla maggiore concorrenza sulla vendita dei prodotti da banco. E non si è ovviamente avuto notizia di farmacie in ginocchio o chiuse per sempre.

C’è stato invece un forte lavoro di lobby da parte dei farmacisti per far chiudere d’imperio le parafarmacie liberalizzando totalmente la vendita dei prodotti da banco in confenzioni starter (fino a 4 dosi) e innalzando i quorum per l’apertura di nuove farmacie. Era questo infatti il senso del disegno di legge dei senatori Tomassini e Gasparri del Pdl, molto sensibili alle rivendicazioni dei titolari, meno a quelle dei consumatori.

Ora vi chiedo di leggere attentamente queste poche righe: “in caso di decesso del farmacista titolare del diritto di gestione della farmacia privata, il coniuge o l’erede, anche se non in possesso delle qualifiche richieste, può mantenere il diritto di gestione del negozio fino al compimento del trentesimo anno di età o, eventualmente, per un periodo di dieci anni se entro un anno dall’acquisizione della partecipazione si iscrive a una facoltà di farmacia.”.

E’ l’articolo 7 comma 9 della legge n. 361 del 1991 sull’ordinamento delle farmacie, che stabilisce che la casta (sì la casta) dei farmacisti ha un diritto ereditario alla farmacia.

Tutto questo in Italia. Nel 2011. Altro che in ginocchio. Magari..

 

Update. come ci segnala nei commenti il sig. Giovanni la legge 248/2006 ha apportato delle modifiche alla gestione ereditaria delle farmacie, limitandone a due anni la durata in caso di scomparsa del titolare. L’ingiustizia dei privilegi assurdi concessi alla categoria dei farmacisti (gli unici a poter ereditare una concessione così preziosa da parte dello stato) resta, così come restano assurde le loro proteste

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 dicembre 2011
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L’angolo del buonumore

Visto che la manovra disegnata da Monti ci ha portato più ansie e timori di quanto necessario vi segnaliamo due perle di due personaggi che hanno commentato le misure approvate in Consiglio dei Ministri.

Il primo è Roberto Maroni, che intervistato dal Corriere della Sera ha detto che “tassare i posti barca per le imbarcazioni da dieci metri è come mettere la tassa sui box per l’auto, definire lusso un mezzo di dieci metri significa non avere la percezione della realtà“. Eh??? Chi è che non ha la percezione della realtà??

Il secondo è monsignor Giancarlo Bregantini, responsabile della Cei per i problemi sociali e il lavoro, che ha detto che la manovra “doveva essere più equa”. Sì certo poteva essere inserita una norma che facesse finalmente pagare l’Ici anche alla Chiesa cattolica.

Senza parole. Ma soprattutto senza vergogna.

2 dicembre 2011
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Lezione di logica by Fiat

Proviamo a capire la successione logica degli eventi:

Alla richiesta di chiarimenti della Consob sugli investimenti che Fiat dovrebbe realizzare in Italia Marchionne risponde nello scorso ottobre che è impossibile precisare gli investimenti sito per sito in Italia di qui al 2014.

Una settimana fa la Fiat abbandona definitivamente Termini Imerese dopo 41 anni.

Qualche giorno fa la Fiat disdetta tutti gli accordi sindacali in essere a partire dal 1 gennaio 2012 e si parla di nuovo contratto di lavoro sul modello Pomigliano.

Il mercato auto italiano a novembre 2011 fa segnare -9,2% rispetto al 2010 (con la Fiat che perde il 9,95%).

Marchionne ieri annuncia (anche se poi smentisce) che la Fiat potrebbe lasciare l’Italia a causa della tirannia della minoranza Fiom che vuole condizionare la vita dell’azienda.

Cioè se non abbiamo capito male l’azienda fa tutto quello che gli pare sul fronte dei personale, continua a perdere quote di mercato e a non presentare (e vendere) nuovi modelli, senza che ci sia alcuna comunicazione trasparente sui famigerati 20 miliardi di euro di investimenti promessi in Italia anzi si minaccia di abbandonare il Paese.

E la colpa è della Fiom.