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Il Blog di wow - Opinioni non richieste su giornalismo, politica, economia, televisione

Il blog di wow

Riflessioni non richieste su giornalismo, politica, economia, televisione

4 aprile 2014
by wow
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Il nuovo Bari, Tim Barton e il calcio come modello di business

La Curva Nord del Bari

Leggo in queste ultime settimane le cronache che riguardano il Bari calcio. Tra due settimane si terrà l’asta per rilevare la società (costo sui 7,3 milioni di euro compresi alcuni debiti pregressi) e puntuali spuntano le cordate più fantasiose, in gran parte straniere (ieri era il turno dei turchi, qualche giorno fa dei russi ma c’erano stati prima anche gli arabi), destinate a ripercorrere i passi del mitico Tim Barton.

Quello che mi lascia sconcertato è che non ci sia nessun imprenditore (da solo o in gruppo) che pensi al Bari Calcio per quello che potenzialmente è: una grande opportunità di investimento.

Facciamo due conti.

Si stima che tra stipendi, fidejussioni richieste dalla Lega e premi legati alla salvezza, il nuovo Bari (chiamato Fc Bari 1908) avrà bisogno fin da subito di circa 10 milioni di euro. Poi occorrerà investire in una squadra che ha al momento solo 13 giocatori di cui è proprietaria al 100% oltre a qualche giocatore in comproprietà.

Si tratta quindi di stilare un piano almeno triennale che preveda un investimento di circa 15 milioni di euro per realizzare una serie di attività basilari per consentire break-even e rientro dall’investimento in un orizzonte temporale (conservativo) di 5 anni.

Il miracolo di Udine non è un miracolo ma solo figlio della programmazione e del credere di poter fare del calcio un modello di business vincente, per l’imprenditore e per i tifosi.

 

Le prime attività dovrebbero essere:

- Costruzione di una rete di osservatori all’estero collegati con l’ormai famoso sistema Wy Scout, coadiuvati da molti ex calciatori stranieri che hanno vestito la maglia del Bari.

- Costruzione di un centro sportivo e un centro giovanile all’altezza delle migliori squadre europee nel settore (Atalanta, Barcellona, Udinese).

- Progettazione di uno stadio di proprietà in grado negli anni a venire di garantire un flusso costante di entrate anche extra-calcistiche. (nb ho detto progettazione, non costruzione)

- Costruzione di una squadra molto giovane ma con alcuni giocatori che, pagati il giusto, possano fare la differenza e permettere il raggiungimento della promozione in serie A.

- Iniziare delle partnership con alcune squadre straniere di secondo piano ma in campionati competivi (spagna, francia, inghilterra, olanda) per “mettere alla prova” i giovani portati a Bari dagli osservatori.

- Costruzione di un piano di marketing efficace che recuperi al tifo (e alla spesa di un abbonamento o anche di una semplice maglietta) i tanti sostenitori scoraggiati presenti non solo in Puglia ma in tutta Italia.

Tutte le attività andrebbero nel giro di qualche mese sottoposte a una valutazione economica e affidate a un unico responsabile con un contratto a lungo termine ma che sia accountable almeno ogni tre mesi. Grazie a questi passi iniziali (che necessariamente implicano un investimento) sarà possibile raggiungere una serie di obiettivi, sportivi ed economici:

- Ritorno in Serie A

- Costruzione di un vivaio di calciatori pronti a fare il salto di qualità (senza per forza cercare il nuovo Cassano, dieci milioni di euro possono anche essere la somma di 10 operazioni da un milione l’una).

- Garantirsi un posto non di terza fila nella spartizione dei diritti tv (assegnati per il 25% in base al bacino di utenza, con il Bari sicuramente tra i primi dieci in Italia).

- Sviluppare le vendite relative al merchandising del marchio Bari Calcio.

- Avere una gestione operativa florida e incentivare i calciatori a venire a Bari non solo perchè c’è un bel clima e una grande tifoseria ma anche perchè i pagamenti degli stipendi sono regolari.

Vi sembra tutto molto (troppo) semplice? Come tutte le buone idee.

Allora…. chi ci sta?

5 marzo 2014
by wow
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Maestri e geni

Luca Maestri

E così tutti parlano di Luca Maestri, di cui la Apple ha annunciato ieri la prossima nomina a direttore finanziario. Si riscopre il valore “dell’italianità”, si rispolvera opportunamente la definizione di “genio italico” e fioccano i complimenti. Meritatissimi.

Poi si approfondisce il curriculum di Maestri e si scopre che di italiano c’è molto poco, a parte una laurea alla Luiss. Master a Boston, inizio di carriera alla General Motors, poi Nokia-Siemens, poi Xerox, infine Apple. E mai (che io ricordi, smentitemi se sto scrivendo una cazzata) che il suo nome sia stato inserito nel totonomi delle innumerevoli società private o a partecipazione statale italiane di grandi dimensioni. Perchè?

Forse perchè Maestri non era interessato a rientrare in Italia. Forse perchè guadagnava di più lavorando all’estero. Ma forse (e più probabilmente) perchè è estraneo a quell’establishment (o a quelle consorterie) dove da sempre si decidono le nomine che contano in Italia.

I profili che girano invece sono sempre gli stessi, le esperienze internazionali dei candidati nulle o quasi, l’inglese (quando c’è) zoppica e il percorso lavorativo parla solo di aziende statali o parastatali. Ma quanto può valere un ottimo curriculum in confronto a una telefonatina di Gianni Letta o di Gigi Bisignani fatta al momento giusto? Il “genio italico” è tutto qui. Purtroppo.

Diptic

16 giugno 2013
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It’s the economy stupid, anche in Turchia e Iran

La situazione a Piazza Taksim diventa ogni ora sempre più pericolosa, specie dopo le ultime accuse alla polizia di aver usato gas urticanti sulla folla. La protesta ormai va avanti da due settimane ed è diventata qualcosa di più serio di una semplice opposizione alla costruzione di un centro commerciale al posto del Parco Gezi a Istanbul.

Credo purtroppo, per i motivi che illustrerò tra poco, che le proteste siano destinate a ridimensionarsi e a sopirsi nel giro di qualche settimana al massimo.

I due motivi principali da cui origina questa convinzione sono politici e economici.

Per quanto riguarda il primo va sottolineato il fatto che l’opposizione al governo del primo ministro Erdogan sia tutt’altro che unita. Dietro il collante dell’opposzione al premier il partito curdo (BDP, di sinistra), il partito di tradizione kemalista (CHP, di centrosinistra) e quello nazionalista (MHP, di destra) non sono d’accordo su nulla. In uno scenario politico così frastagliato è impossibile che uno di questi tre partiti riesca a catalizzare i consensi degli altri riuscendo a diventare pericoloso per l’AKP, il partito  musulmano moderato del premier Erdogan, che, non va dimenticato, nel 2011 ha ottenuto circa il 50% dei voti.

Questo ci porta all’altro punto, quello economico. La Turchia in questo ultimo decennio ha conosciuto uno straordinario sviluppo economico, dovuto sia ad una ritrovata stabilità politica (condizione di cui storicamente la Turchia non ha mai beneficiato, afflitta com’era da periodici colpi di Stato da parte dei militari) e ad un serie di riforme che hanno favorito gli investimenti locali ed esteri sul territorio.

Questo significa che una buona parte dei cittadini turchi ha potuto beneficiare della crescita economica, migliorando notevolmente il proprio tenore di vita. Ed è proprio questo il motivo per cui la gran parte della popolazione, che ovviamente non risiede nel centro di Istanbul e a cui non interessa difendere un parco dalla possibilità che diventi un centro commerciale capace di creare tanti posti di lavoro, quasi sicuramente non appoggerà le pur legittime richieste dei manifestanti sul fronte dei diritti e di una maggiore democratizzazione.

Prendiamo un caso apparentemente distante, quello recentissimo delle elezioni presidenziali in Iran. Ancora qualche giorno fa L’Economist facendo una disamina dei candidati concludeva che probabilmente i candidati moderali (Rohani e Aref, ritiratosi poi a poche ore dal voto) avrebbero potuto arrivare al ballottaggio solo sfruttando le divisioni nel fronte ultra-conservatore, che contava ben 6 candidati sugli 8 totali.

La sorprendente vittoria di Hassan Rohani al primo turno con il 50,68% ha chiarito che la maggioranza del popolo iraniano, nonostante l’appoggio al regime teocratico sotto la guida suprema dell’Ayatollah Ali Khamenei, ha giudicato fallimentare il bilancio degli 8 anni del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, caratterizzato da uno stile populista e minaccioso in politica estera e scarso nella gestione dell’economia, che si porta dietro anche il pesante fardello dell’embargo dei Paesi occidentali.

Dal fortunato “It’s the economy, stupid” utilizzato da Bill Clinton ne è passato di tempo. Ma è l’economia a giocare il ruolo chiave in tutti i contesti e a determinare vittorie e sconfitte di partiti e movimenti, anche nelle regioni apparentemente più sensibili alle corde dell’ideologia.

15 giugno 2013
by wow
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Perchè non provare

Merita sinceramente una visione il video dell’intervento dello scrittore Alessandro Baricco alla Repubblica delle idee.

http://video.repubblica.it/dossier/repubblica-delle-idee-2013/rep-idee-baricco-le-parole-da-cui-ricominciare–tutta-la-lezione/130954/129460

Infatti se il Baricco romanziere segue un suo percorso particolare che piace molto al grande pubblico e meno a quello più smaliziato, il Baricco “intellettuale” che si ferma a riflettere sulla nostra contemporaneità riesce ad avere un approccio molto più originale e creativo.

Le sue 4 parole per ricominciare non saranno esaustive ma lanciano alcune riflessioni che vale la pena cogliere: il sistema molto “antiquato” con cui la scuola educa, il sistema ingessato che non ci permette di valorizzare tutte le intelligenze dei ragazzi nei loro anni più fertili.

La cattiveria (altrimenti detta determinazione) che incredibilmente manca a buona parte dei giovani nel nostro Paese, chiusi in un pessimismo che diventa paralisi, inazione. Quello che ti fa dire “mah, sicuramente non ce lo faranno mai fare” quando un amico viene a raccontarti un’idea, un progetto.

La situazione è difficile, per alcuni drammatica. Ma come uscirne se non provando a fare qualcosa?

 

17 maggio 2013
by wow
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Un primissimo bilancio del governo Letta

Tre settimane sono sicuramente troppo poche per fare il bilancio dell’azione di un governo, ma possono essere invece un periodo rivelatore di quello che ‘bolle in pentola’ per quanto riguarda l’esecutivo guidato da Letta.

Finora si è parlato sostanzialmente di 4/5 cose:

L’abolizione dell’Imu, che secondo i dati riguarda la percentuale di popolazione più ricca che già possiede almeno una casa e che supera la franchigia di 200 euro prevista. Ieri è stata approvata solamente una sospensione della rata di giugno, che nel caso in cui le cose dovessero mettersi male dovrà essere pagata a settembre.

La riforma delle intercettazioni, vecchio pallino berlusconiano (e anche di qualche esponente del centrosinistra), che rappresenta sempre una prioritá, soprattutto per qualcuno che conosciamo molto bene.

Il TAV, complici gli incidenti in Val di Susa, di cui addirittura, secondo il vicepremier Alfano, bisogna “accelerare” la firma del trattato.

Una delirante proposta di patto generazionale, che secondo qualche buontempone porterebbe addirittura centomila posti di lavoro (mi piacerebbe incontrarne qualcuno, di questi cinquanta/sessantenni che chiedono di fare il part-time e tagliare il proprio assegno pensionistico per “far posto” a giovani neoassunti).

Senza dimenticare l’ormai preistorica Convenzione, che sembrava così imprescindibile ed è stata sciolta in due secondi di intervista dal vero azionista di controllo di questo governo, il leader del Pdl Silvio Berlusconi.

Come vedete tutte proposte che interessano moltissimo i cittadini, i disoccupati, le aziende in crisi, i giovani, gli anziani indigenti.

In tutto questo trovare i fondi per rifinanziare la Cassa Integrazione Straordinaria sembra un’impresa al limite delle possibilitá e si è riuscito solo a trovare un miliardo di euro (sottraendolo ad altri capitoli sempre riguardanti il lavoro come la formazione) che basterà solo per un limitatissimo periodo di tempo. Dopo, il nulla.

Se l’obiettivo del governo è quello di stare a guardare mentre i veri problemi dei cittadini conducono la barca Italia ad andare a picco, bisogna dire che si tratta di un buon inizio.

17 maggio 2013
by wow
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Il parolaio Chiamparino

Per la serie ‘non c’è mai fine al peggio’ ecco il Pd incassa nientemeno che la disponibilitá a fare il segretario di Sergio Chiamparino. Attraverso un discorso pubblico? Attraverso un percorso interno al partito? Attraverso il lancio di una piattaforma programmatica per cambiare il Paese e il partito? No, come suo solito attraverso un’intervista.

Questo blog si è dedicato spesso al buon Sergio (ad esempio qui e qui) descrivendo le sue velleità da banchiere in tempi in cui qualcuno sperava potesse rappresentare la riscossa del Pd nordista e ricordando spesso le sue posizioni alquanto discutibili (da quella di alfiere del Tav alle partite a scopone con Marchionne di cui sponsorizzava i referendum-capestro su Pomigliano).
Sulla questione banche eravamo stati facili profeti visto il suo trasloco, con contorno di un mostruoso buco nel bilancio del Comune di Torino così sapientemente amministrato, dalla poltrona di sindaco a quella di Presidente della Compagnia di San Paolo, che gestisce invece tra le altre cose la partecipazione della Fondazione bancaria in Intesa Sanpaolo.

Nell’intervista a Paolo Griseri ieri su Repubblica Chiamparino esordisce subito mettendo dei paletti. Vuole che una parte importante del partito si coaguli sul suo nome e intorno a un non meglio precisato ‘programma riformista’.
Vuole stabilire addirittura il numero dei suoi contendenti, da lui individuato molto democraticamente in non più di due, altrimenti il rischio è ‘correre nella frammentazione’.
Lancia un fantomatico ‘profilo lib-lab’ per il Pd ipotizzando la fine dell’alleanza con Sel e proponendo da una parte il sì al salario di cittadinanza e dall’altra le proposte sul mercato di lavoro del solito Pietro Ichino.
Sì, proprio quel Pietro Ichino che dopo aver perso le primarie al fianco di Matteo Renzi dava ultimatum al Pd e rilasciava patenti di vero riformismo. Esattamente il Pietro Ichino che si candidò poi con nelle liste di Mario Monti dove invece il riformismo era evidentemente presente in dossi massicce.
Con grande coraggio politico poi Chiamparino dice che ‘valuterebbe di volta in volta’ se scindere il ruolo di segretario da quello di candidato premier. Dipende: se fosse lui il segretario andrebbe bene, se fosse un altro la regola non varrebbe.

Nella foga di mettere paletti e decidere le candidature anche dei suoi avversari il buon Chiamparino ha dimenticato una cosa: il rinnovo della tessera del partito, che ancora pochi giorni fa diceva di non aver più in tasca da un anno. E alla domanda su un’ipotetica candidatura a segretario il 6 maggio, nemmeno due settimane fa, rispondeva ‘non scherziamo’.

Un mostro di coerenza e vero uomo di parola. Anzi un vero uomo di parole.

11 maggio 2013
by wow
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Come si può salvare il Partito Democratico

Quindi dopo la serie innumerevoli di disastri e giravolte, tutti provocati dal suo gruppo dirigente, il Pd ha scelto il “reggente” fino al prossimo Congresso nella figura di Guglielmo Epifani.

Per carità poteva andarci peggio. Poteva essere scelta l’eterna candidata a qualsiasi incarico Anna Finocchiaro o qualche dalemiano di ferro alla Cuperlo.

Ma dubito che la nomina di Epifani riuscirà a restituire la fiducia della “base” nella classe dirigente del partito, specie adesso che si è imbarcato nell’avventura di un governo avendo come azionista fondamentale Silvio Berlusconi, che giocherà al piccolo statista fino a quando gli converrà per poi esibirsi nella sua grande specialità: il rovesciamento dei tavoli mediante appello diretto agli italiani grazie ai suoi mezzi di informazione.

La cosa più sorprendente, nell’unico partito con una leadership e una linea politica contendibile che abbiamo in Italia, è che le grandi scelte di questo ultimo mese (dalla scelta di Marini a quella di Prodi a quella di Napolitano – che implicava un governo di larghe intese all’ultima investitura di Epifani) sono frutto di scelte di un ristretto gruppo di dirigenti, ovvero dei componenti della segreteria e qualche autorevole e imperitura personalità.

Il messaggio forte, che DOVRA’ essere recepito nei prossimi mesi e durante la fase congressuale, è che le scelte fondamentali del Partito Democratico non devono essere più prese in questo modo ma avvenire nel modo più trasparente possibile. Potrebbe essere l’unica speranza di distinzione del Pd nel quadro politico italiano. E potrebbe essere la sua unica speranza di salvezza e sopravvivenza.

 

4 aprile 2013
by wow
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Una cosa è certa

Dopo l’infortunio di Valerio Onida con la falsa Margherita Hack in cui l’ex presidente della Corte Costituzionale ammette che “i saggi servono solo a coprire lo stallo di questo momento fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica” credo sia ufficialmente chiaro a tutti che questi 20 giorni di ulteriore perdita di tempo nella situazione politica italiana si devono solo a una persona.

Anche se pochi giornali lo scriveranno visto il sacro rispetto di cui gode la sua figura, Giorgio Napolitano scegliendo di non dimettersi sta causando un’ulteriore paralisi al sistema politico italiano. Non sarebbe stato meglio se per velocizzare il processo Napolitano si fosse dimesso prima di Pasqua, invece di nominare queste fantomatiche Commissioni (del tutto inutili a detta perfino dei membri stessi)? Almeno saremmo riusciti ad avere un Presidente della Repubblica nel pieno di TUTTI i suoi poteri senza aspettare 20 giorni di assoluto vuoto.